Di canto incanto

C’è canto e canto. C’è quello da stadio e quello perfetto sotto la doccia, quello di disperazione o di gioia soffusa. E più di tutti c’è quello che ricorda noiose ed inconcludenti analisi e commenti scolastici. O in giornate come queste quando la raucedine mi colpisce senza pietà c’è anche il canto che è più un lamento, in una sorta di pena di contrappasso, non so se per le tante emozioni declamate o per quelle soffocate.

Poi c’è uno come lui, che del canto fa incanto, colui che a poter scegliere chiunque avrebbe voluto come professore a spiegarti il mistero di quelle analisi e commenti quando eri inchiodato sui banchi senza possibilità di fuga. Ad averne avuto uno così credo che il mondo sarebbe pieno di poeti, qualcuno avrebbe istituito una cassa previdenziale, un sindacato ed un albo dei poeti.

Quella dei poeti sarebbe una categoria socialmente riconosciuta, ai poetry slam il pubblico spargerebbe petali di rosa e chi realizza quest’arte sul serio e con il cuore non dovrebbe più preoccuparsi di essere considerato una via di mezzo tra un animale raro ed un artista illuso.

Parlo di Roberto Vecchioni. Spero che a nessuno cadano le braccia ma semmai si alzino esultando. Lui è uno di quegli uomini che mi dà la cifra esatta della concretezza che vive nella poesia e di quanto anzi debba essercene per poterla definire tale. Il mio ultimo inseguimento per riuscire a strappargli un autografo e soprattutto uno scambio di battute risale a lunedì: prima naturalmente un travolgimento di sussulti e vita alla conferenza di presentazione del suo libro al Salone del Libro di Torino.

Il professore è un animale da palcoscenico ed emana una passione tale da far venire le lacrime agli occhi, se aggiungi poi le parole delle sue poesie in musica e soprattutto i significati che vi stanno dentro, si rischia decisamente lo strazio. Dettato da quell’emozione forte ed un po’ lacerante di cui non si può, io per lo meno non posso, fare a meno.

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Certo essere, come Vecchioni è, un grecista e grecofilo, che spero si dica come spero che lui in persona non legga mai questo post altrimenti mi beccherò un’insufficienza, dicevo esserlo aiuta tantissimo, dal momento che la cultura, l’arte, il sapere di stampo umanistico ma anche scientifico e tecnico di cui siamo ognuno di noi oggi depositari si può dire discenda nel suo insieme tutto quanto dalla Grecia antica.

Epoca in cui vocaboli come politica, filantropia, anarchia avevano un significato compiuto, immagino ti sapessero davvero far sentire in bocca il sapore e nel quotidiano il valore, di ciò che stavi pronunciando. Oggi quel sapore rischia di essere tanto sciatto da portare semplicemente all’assuefazione.

Ma su di tutti per Vecchioni sta sempre il vocabolo prediletto: amore. Amore ed ancora amore. Quello che si prende e si dà, soprattutto quello che si perde e che non torna ma non per questo si smette di provare. L’amore che esiste ancora per riflettersi dentro altri occhi e altre movenze.

E allora la poesia più magistrale, quella che hanno saputo fare i più grandi, ci ricorda lui, non può che essere una poesia degli addii e dei ritorni, della mancanza, dell’impossibile realizzazione, nell’intera rappresentazione che sta fra i due capi di amore e morte, elementi che ci forniscono legna perenne da ardere su un qualche fuoco. Come quella stessa catarsi tanto abusata, rappresenta originariamente ancora tutto il conflitto e il malessere del dolore stesso che poi, solo dopo e nel tempo, diverrà purificazione.

Io lo confesso, mi sento piuttosto appagata quando lo sento ripetere questi concetti, o solo forse legittimata nel fare certa poesia che assomiglia molto, non dico negli esiti ma certamente nello spirito, a quella. Sono in buona compagnia, sulle spalle di giganti. Soprattutto è rassicurante sapere che in oltre duemilacinquecento anni di lacrime, sussurri e versi nessuno abbia trovato una qualche ricetta alle pene d’amore. Ma se il risultato di tanto travaglio sono alcuni componimenti allora va bene, mi rassegno, ascolto e lascio che siano i brividi a farsi strada.

Tra le più apprezzate e cantate da Vecchioni c’è la poetessa greca Saffo, vissuta nell’isola di Lesbo tra il VII e VI secolo a.c., paradigmatica rappresentante della totalità di questo sentimento, che una versione a metà tra storia e leggenda la vorrebbe suicida per un amore impossibile, non corrisposto. Alcune sue liriche, che il nostro poeta ci legge qua e là tra un ragionamento e l’altro, sono di sconcertante attualità: sembrano fissate in un tempo assoluto da dove continuano in eterno a mandare insegnamento ed ispirazione.

Non pago però il professore ha raccolto quel materiale, con la pazienza dello studioso e la maestria dell’amante, per darne una sua speciale interpretazione, che più di tutto si trova probabilmente nella sua raccolta di brani Il cielo capovolto, sottotitolato proprio L’ultimo canto di Saffo.

Nel dibattito se poesia e canzone possano essere assimilate, se sia giusto o meno chiamare poeti certi cantanti, ed io lo farei con almeno una mezza dozzina di altri, Vecchioni complica la situazione. La sua è una poesia al quadrato per quanto mi riguarda. E lo dico senza tecnicismi e senza competenze in merito per poter compiere un’analisi adeguata. Se non quella della mia sensibilità.

Nella canzone che dà il titolo all’album e che Vecchioni ci canta su quel palco, è proprio Saffo a fare da voce narrante alla storia raccontando con una potenza lacerante tutto il suo sentire per un uomo, ed un universo di uomini che navigano senza bussola al cospetto delle donne, loro autentico cielo, come perenne riferimento.

Questo amore non avrà un suo lieto fine e non potrebbe essere altrimenti: per chi ascoltando la canzone ha trattenuto il fiato fino all’ultima nota come me, pur conoscendola praticamente a memoria, ed amando dell’amore anche la sua irrealizzabilità, ci saranno altre possibilità di riscatto. L’ultimo bacio è sempre il primo verso di una poesia.

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[…]

Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato:
stringerti forte
da sfiorare la morte
e poi tornare qui;
avrei voluto far l’amore
come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza,
l’incerta timidezza
che abbiamo solo noi…  

gli uomini, continua attesa,
e disperata rabbia
di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa,
se non è loro. 
Scrivimi da un altro amore:
le tue parole
sembreranno nella sera
come l’ultimo bacio
dalla tua bocca leggera.

(Tratto da Il cielo capovolto – l’ultimo canto di Saffo – Roberto Vecchioni)


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Roberto Vecchioni – IL CIELO CAPOVOLTO

2 Comments

  1. Veronica

    e in quella splendida cerchia di artisti/poeti ci metto anche con piacere, e spero di trovare la tua condivisione, Franco Battiato, Gino Paoli e Giorgio Gaber….persone che sanno o hanno saputo mettere le parole giuste al posto giusto, che hanno cantato la lotta, la libertà, l’amicizia e su tutte l’amore che è il sentimento più grande e più forte che si possa provare e ricevere, quello che muove tutto per intenderci!!! complimenti per l’articolo Vale e sono certa che se capitasse sotto gli occhi del maestro Vecchioni non si beccherebbe un’insufficienza!

    • Ciao Veronica, condivido in pieno per quanto riguarda Battiato e Gaber, devo dire mi trovi meno d’accordo su Gino Paoli che non conosco ed apprezzo particolarmente. Ti ringrazio per il tuo commento, l’importante è trovarsi nella ricerca di quella poesia che poi per ciascuno sarà diversa a seconda delle proprie sensibilità. Vecchioni per esempio ed oltre al resto, mi spinge a voler conoscere di più di quel mondo dell’antica Grecia, su cui mi sento piuttosto debole… Da qui il rischio di insufficienza! Ciao e alla prossima!

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