Passaggi di consegne

Quando ci si mette la fantasia dei corsi e ricorsi poetici è davvero tremenda, ha quel non so che di sottilmente beffardo. Nel settembre dell’anno 1998, hanno avuto luogo a distanza di cinque giorni due eventi per così dire epocali, ognuno a modo suo: la nascita di Google, il quattro, e la morte di Lucio Battisti, il nove.

Bene, e allora? Allora quando l’ho realizzato sono rimasta colpita e turbata da questa apparente coincidenza, che coincidenza non è affatto. Intanto lo dico, quello era l’anno dei miei diciotto, così che la simbologia di questi due fatti aumenta. Il momento in cui d’obbligo mi affrancavo da qualcosa o qualcuno che ero stata fino ad allora, ancor meglio se entrambi. La maggiore età per poter finalmente fare cavolate da patentata, cercando la mia legittimità a quanti più atti di ribellione possibili.

Poi la morte di Lucio Battisti, una specie di mito dell’era contemporanea, quello che dagli anni sessanta ad oggi non ti rende più libero di articolare frasi come“io vorrei, non vorrei ma se vuoi” senza richiamare all’istante una vagonata di ricordi. Lui che in coppia con Mogol, ha inventato un sodalizio che ha dell’immortale.

Infine la nascita di Google, il ragazzaccio del web, l’onnipresente, l’esploratore di significati e sinonimi, colui che invece non ancora maggiorenne dirige i giochi tra i motori di ricerca. Distese infinite di parole e vita alle spalle, innumerevoli ancora da scrivere. Anzi da far scrivere.

Uno lascia e l’altro subentra, uno ha composto, l’altro fa comporre, uno a partire da quattro frase messe in fila ha spalancato ad almeno un paio di generazioni la finestra su pulsazioni ed immagini mute fino a poco prima, l’altro, il motore ha richiuso quegli spazi, giocandoseli tutti in una stringa, capovolgendo il meccanismo. A partire da una mezza parola, Google già ti suggerisce l’elenco delle più papabili che potrebbero seguire, ti squalifica in parte la curiosità, e comunque la dirige lui.

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Ho riflettuto un bel po’ sul significato di questa apparente coincidenza e c’è poco da ridere. Gli esorbitanti fatturati dell’azienda Google e la sua potenza indiscussa nelle nostre quotidianità si reggono tutti sull’affannoso lavoro di ricerche di schiere di specialisti del pensiero e della parola: psicologi, sociologi, educatori, ingegneri, programmatori del linguaggio informatico e non solo. Che studiano come arrivare prima.

E stanno tutti dietro la nostra breve, concitata e compulsiva ginnastica giornaliera del digitare sulla tastiera del pc, poche parole, a volte persino poche sillabe che siano sufficienti e da sole in grado di riportarci ad un menù dai sapori nuovi e meno nuovi, fino ai più esotici, che spesso sono anche quelli a cui non avevamo ancora nemmeno pensato.

Il gioco è fatto: poca fatica, poca ricerca, fantasia contratta all’osso, tempo risparmiato. Andando più a fondo, zero responsabilità. La sfida del cotto e mangiato è vinta ad ogni ricerca sul famigerato motore. D’altra parte non sconvolge se pensiamo a noi italiani nella fattispecie, in cima alla classifica di coloro che soffrono di analfabetismo funzionale. Leggere un articolo medio-lungo su un giornale o on line sembra essere diventata un’operazione alquanto faticosa. Analizzarlo e capirne a fondo i contenuti non parliamone. Se qualcosa o qualcuno può aiutarci ad assottigliare al minimo lo sforzo ben venga. E ben suggerisca.

Negare l’utilità, come parlare di rischio nell’utilizzare Google o altri fratelli virtuali suonerebbe per lo meno eretico e allora tocca arrangiarsi, come sempre in presenza dell’invadenza dell’universo web. Un colpo al cerchio, uno alla botte. Un po’ come sorbirsi quel giusto al giorno di esercizio su facebook, per quel tanto che mi può sul serio servire, nel senso di aiutare in forma pratica, me e spero qualcun altro a me connesso, a comunicare e diffondere notizie, e poi via, verso altri lidi di scoperte, altre pagine scritte di ben più ameni inchiostri. Senza mai confondere il mezzo con il fine.

E prima di Google cosa c’era? Beh per esempio c’era lui appunto, il Lucio nazionale, limitandomi al temporale. Uscito di scena al momento giusto vorrei dire, in punta di piedi, quasi a suggerire solamente un testimone, con il timore di quale fine potrebbe spettare ad un simile patrimonio artistico.

In quanto a pensieri e parole anche Battisti è stato un vero esperto, se non altro per il titolo di uno dei suoi più famosi successi. In coppia con Mogol, il paroliere d’eccezione, i due hanno creato dei veri e propri inni, delle serenate di sfacciata bellezza alla mia malinconia. Ahimè. Lì in quelle parole e musiche dove tutto è vissuto e pulsato, anche più di quanto riesci a descrivere, allungato in durata e densità all’infinito, ben oltre ai quattro minuti di una canzone.

E’ una rincorsa al ricordo, una sarabanda tra amici, quando dopo il secondo accordo suonato sulla chitarra, già partiva la scommessa per il titolo; chi di noi non ha fatto questo gioco, preferibilmente nelle sere d’inverno, insieme al Monopoli o al torneo di carte?

Come mai in quelle gare senza tempo e senza spazio, se anche oggi dovessimo lanciarne una, ci sarebbe un’altissima densità di canzoni come “la canzone del sole” o “dieci ragazze” o quelle di cantautori sedimentati nei ricordi e nella fantasia di tutti? E non di altri più contemporanei e più piazzati in qualunque classifica del momento? E credo proprio che sarebbe così.

Forse perchè quei testi lasciavano invece tantissimo all’immaginazione, alla costruzione della nostra personale vicenda in sottofondo al loro ascolto, al bisogno che abbiamo di inventarci ora, come di ricordarci, di sapere cosa, come e con chi siamo stati allora, la prima volta che l’abbiamo sentita. E’ come ridare ad ogni occasione aria ed energia ai nostri meandri più rattrappiti ma più sacri.

Insomma io ci vedo un vero e proprio passaggio di consegne, se non tra Battisti e Google solamente, certo tra i mondi che entrambi rappresentano: e si sa, un passaggio di consegne non è mai indolore, e allora lo si fa tenendo il buono dei due. Perciò oggi, direttamente dalla classifica del cuore vi regalo “Il mio canto libero”, che tra quelle di Battisti mi arriva con la forza di sempre. Ed è attualissima.

Poi poco importa l’epoca o altro, se ci si concede di ascoltarla a fondo, riuscirà ad interpretare un pezzo del nostro sentire proprio per come è in questo momento. Come ciò avvenga, impossibile dirlo.

“Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi emozioni”

 

 

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Lucio Battisti – IL MIO CANTO LIBERO

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