Natale di seconda mano

Siamo molti, più di quanto si creda, siamo un’enormità. Proviamo un po’ di quella solita vergogna nell’ammetterlo e infatti non ce lo diciamo apertamente, solo ci concediamo di tanto in tanto dei riferimenti, delle mezze parole sibilate, mezzi sorrisi obliqui. Lo nascondiamo in casa e in famiglia sotto i materassi del quieto vivere, nella polvere sotto il tappeto dell’omertà, nelle cassettiere scricchiolanti della paura di deludere.

Fuori casa è anche più difficile perchè solitamente è lì che trovi la concentrazione più alta di persone disponibili a darti addosso o peggio ancora a fraintendere una tua eventuale rivelazione. Anche gente per bene, gente che avevi immaginato molto in gamba e sperato un po’ più fuori dal coro. Fra quelli come noi però la solidarietà è tanta, benchè spesse volte tacita: noi ci cerchiamo con lo sguardo attraverso la folla, sicuri che sapremmo riconoscerci ogni volta. Con quel velo di mistero indicibile sotto la solida corteccia. Con quella crepa impercettibile ai più.

Noi che il signore in questione abbiamo passato almeno una manciata di anni se non di più ad odiarlo smaccatamente, per finire poi in un disperato impeto di sopravvivenza a decretarlo più democraticamente antipatico, insopportabile, odioso, indifferente. Più di tutto falso. Ma ci sentiamo di dire che ciò avveniva e continua ad avvenire solo per causa sua: per le promesse non mantenute, per l’entusiasmo autentico e travolgente che ci abbiamo messo in qualcuna delle nostre stagioni di bambini. Ed oggi ci suona come un capolavoro incompreso e sprecato.

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Noi siamo tanti, siamo ovunque ed è in questo periodo dell’anno che ci sentiamo più tristi e soli del consueto. Finchè come spesso accade in casi come questo uno di noi trova il coraggio di squarciare il silenzio, farsi avanti nella cerchia e rivelarlo, per se stesso e per tutti gli altri. Magari di fronte ad un bicchiere di vino, dopo una serata passata in allegria a dire cavolate tentando di evitare l’argomento. Lo sguardo abbassato ed il groppo in gola. “Io il Natale non lo sopporto, vorrei che domani fosse già il sette di gennaio”. Applausi, standing ovation, abbracci liberatori e occhi lucidi. Un altro giro di vodka, offro io.

Ebbene siamo noi, noi che il Natale non lo amiamo per niente, che ce l’abbiamo di traverso e che viviamo tutto lo scibile delle manifestazioni realizzate a suo contorno, dalla più sacra alla più profana, come un balletto difficile da apprezzareUn misto dall’inconfondibile retrogusto di pacchiano e fuori luogo che puntualmente vive il suo culmine nella vigilia del ventiquattro dicembre, la disperata maratona al regalo e alle cibarie mancate e mancanti.

Non vogliateci male però, perchè sotto sotto noi siamo un po’ dei bambini feriti, appunto, che fanno i capricci per quel inenarrabile torto subito chissà quando, chissà perchè, e perciò sappiamo diventare insopportabili. Non ce l’abbiamo nè con Babbo Natale, nè con l’albero, nè con i regali in sè o con le luci d’artista di Torino, peraltro splendide e rincuoranti. E non è neppure una questione di fede: io di fede ne ho un sacco mi ripeto. Anche se non specifico in cosa. Insomma meritiamo la nostra porzione di affetto lo stesso, anche al di fuori del gruppo dei pari.

Almeno io mi levo il dente subito, adesso a principio del mese quando con più di venti giorni di distanza dalla data fatidica anche la retorica del costruire un Natale più intimo e più autentico suonerà spero meno retorica: ho cercato allora qualcosa che potesse stare come un dono in questa pagina, uno sforzo positivo, un incentivo al raccoglimento, alla discrezione, rivolgendo un pensiero a qualcuno per cui il Natale rappresenta dolore e segregazione. Qualcuno però che non siamo noi o le nostre famiglie, nè gli amici.

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E sono approdata su una canzone di Francesco De Gregori, un cantante tra i miei preferiti, già ospitato sul mio blog: questa mi avvolge lo stesso come una copertina e alza di almeno un’asticella la gradazione del mio cuore, mi porta altrove, mi fa immaginare, mi aiuta ad immedesimarmi. Insomma fa quello che dovrebbe fare una vera canzone di Natale. Dall’album “Amore nel pomeriggio” del duemilauno, vincitore della targa Tenco, “Natale di seconda mano” non è certo una favola ma tributa un pensiero agli ultimi del mondo, ai piccoli fiammiferai, che tentano una nuova vita in tutti i modi, che si arrangiano con documenti di seconda mano.

Il tema è aspro e non racconta di alcun idillio, la traversata del mare dei protagonisti avviene contro mano e non c’è governo o Parlamento ad erigersi in loro difesa. Probabilmente non ci sarà nemmeno il lieto fine, ed anzi la storia continuerà a ripetersi periodicamente e rispettando i meccanismi di sempre. Anche riascoltata oggi questa canzone assume purtroppo tutto il suo valore. E’ fin troppo facile pensando alla situazione degli immigrati sulle nostre coste e a chi da sempre ed in ogni epoca è stato costretto a fuggire dalla terra natia perchè ormai invivibile a causa di una guerra, alla ricerca di un’effimera salvezza a chissà quali condizioni purchè il più lontano possibile da lì.

Vado allora a prendermi solo il testo per mettermelo sotto il naso e lui si fa leggere come fosse una poesia: due versi in particolare sono di lacerante bellezza e racchiudono nella mia interpretazione tutto il senso più profondo del Natale di questi e di tutti gli ultimi:

Non c’è nessun perdono in tutta questa pietà
non c’è nessun calore, nessuna elettricità

i vocaboli perdono, pietà, calore, elettricità potrebbero descrivere ad arte un quadretto salvifico, il compimento di un riscatto, la rinascita più vera ed umana. Invece assemblati nel testo narrano qualcosa di diverso, che è sì un tantino imperscrutabile, come spesso succede nelle liriche di De Gregori, ma che in questo caso ti suggeriscono di non dare troppa corda alla speranza.

Ritorno allora al mio Natale sentendomi meno sola, anzi arricchita dal poter attingere in ogni momento alla poesia e al suo immenso valore didattico. Al sentirmi veramente parte di un’umanità intera, addirittura la parte privilegiata. E con la possibilità di diffondere il verbo, il mio verbo. Qui non serve essere perfetti mi dico, servono solo un paio d’occhi per leggere ed un cuore abbastanza elastico per reggere certa emozione. Non amo per niente il Natale ma mi sono già fatta il regalo: ho imparato a volermi bene e a farmene volere nonostante questo.

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Francesco De Gregori – AMORE NEL POMERIGGIO

 

 

 

 

 

 

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