Cara la mia cortesia

Anche oggi stare qui mi funge da balsamo: è per me piuttosto difficile lasciare per un attimo da parte le tesi da massimo sistema e le analisi da antropologa ferita e delusa, che per essere antropologa devi per forza sentirti un po’ delusa e ferita dal tuo ambiente circostante altrimenti qualcosa non torna. Perciò questo spazietto dedicato mi consente di mantenerle vive e roboanti ma spostandomi ad osservarle da un piano diverso, diciamo inferiore, non in importanza ma rispetto a quel massimo, che qui è più minimale e ridotto all’osso.

I miei lettori innanzitutto potrebbero rimanere interdetti al sentirmi esordire su questo blog con discorsi quali l’oscillazione del prezzo del petrolio, l’ultima devastazione ambientale taciuta, la compressione del mercato del lavoro: per tutto ciò, che appunto mi scuote oltremodo, rinvio a quelli di numerosi altri miei colleghi blogger che discettano con sapienza e dovizia di particolari in merito.

Io riparto invece dalle amate piccole particolarità quotidiane, da dove solitamente mi arrivano i riscontri più succosi e chiarificatori anche di tutto il resto e che sanno immediatamente farsi interpreti di modelli per me assai ampi e culturali.

Dunque non posso esimermi oggi dal parlare (denunciare!) il fenomeno del rischio scomparsa del “carissima, carissimo, cara, caro, gentile, adorata, adorato…” fino ad uno scarno ma sempreverde “ciao” in esordio ai testi da corrispondenza via mail.

Nell’ultimo periodo ho osservato un preoccupante calo di intestazione nelle mail a me indirizzate, una decapitazione senza appello, o forse come più realisticamente è probabile sia successo, una quantità maggiore di esse perchè mi soffermo a farci caso con più attenzione di prima.

E non sono soltanto quelle di matrice prettamente lavorativa, benchè siano la gran parte, che comunque mi suscitano ugualmente fastidio e sconforto, ma capita qua e là che queste provengano anche da persone con cui sono in tutt’altra relazione. E in questo caso la sensazione di smarrimento è decisamente forte.

Ci sono poi i casi clinici, li chiamerei i due volte all’anno, basandomi sull’analisi di quest’ultimo: quel paio di volte solamente, e tanto bastano, nell’arco dei dodici mesi in cui non mi sia proprio riuscito di capire chi fosse il mio interlocutore poichè formidabilmente, oltre a non salutare o presentarsi in principio, nemmeno si dichiarava al termine, quando sarebbe stato perfetto un semplicissimo nome e cognome. Il genio oltretutto me la inviava così sparata bella e nuova nell’etere, non facendo seguito ad una mia o una sua precedente.

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Questo fenomeno che qualche volta trova riscontri e prolungamenti anche in altri a lui complementari come la risposta solo ad alcune delle domande rivolte, o disordinatamente ed in mail diverse, una sintassi approssimativa e scorretta, una certa scortesia o supponenza di fondo, al di là di quali siano i temi in questione, a me lascia molto perplessa e in ogni caso del tutto incuriosita. Ad andare oltre, ad esplorare le motivazioni, a fare connessioni.

Liquido subito la scusa passepartout di questa epoca non ho tempo che sempre salva e giustifica, come se scrivere una parola di quattro lettere richiedesse del tempo, o inserire due virgole in più, o una rilettura complessiva di un testo di tre frasi; liquido dicevo perchè umiliante, per chi scrive e non chi riceve, perchè mi viene allora da chiedermi come lo passi il tuo tempo se non ne hai per compiere un’operazione simile. Ed ecco che ricado nelle questioni di più ampio respiro di cui sopra.

Allora intanto decido che da qui in avanti sarò disposta ad accettare un simile approccio solo da parte del mio commercialista, peraltro uomo gentile e del tutto professionale, che di tanto in tanto mi recapita le sue mail praticamente in bianco dotate solo di un’aulica firma finale con i suoi dati, scritti in caratteri simil-barocco, un astruso allegato o un F24 incastrato da qualche parte.

Posso immaginare sia per una legittima necessità di salvaguardarsi da me in quanto tipica cliente che nei dieci minuti successivi alla ricezione lo chiama per sopraffarlo di domande indisponenti “Mi scusi ma l’aliquota Irpef perchè è messa su quel rigo? Quella voce perchè spetta a me pagarla? Il termine “rivalsa” non le sembra un tantino poco poetico? Non si potrebbe sostituire con un altro?” E via con amenità di questo tenore.

Ecco che l’iniziale fuoco scrittorio viene meno e via via siamo sempre più tenuti a relazionarci sul filo della reciproca sopportazione e del quieto vivere. Ma a parte lui no, con tutte le altre persone non accetto una simile degenerazione comunicativa, siano amici, interlocutori, collaboratori, parenti, innamorati o amanti, inclusi tutti questi nella rispettiva versione ex.

Sì perchè nemmeno l’astioso prefisso ex infatti allevia dall’urticante sensazione di distanza e disumanità, fosse anche che la persona in questione dovesse rimproverarmi le peggiori cose sul mio conto. Ti preferisco ex a lessicalmente o sintatticamente scorretto. Meglio un esordio del tipo “carissima Vale, ormai da giorni faccio continui sogni in cui ti vedo romperti il naso contro la vetrata di casa mia” che non “ti invio come da accordi la ricompensa in lingotti d’oro secondo tua richiesta” così a freddo, senza alcuna intestazione sulla presente. Una presente assente. Un corpo della mail senza identità.

La sensazione che provo è simile a quella che sento al cospetto di chi entra in una casa per la prima volta senza chiedere permesso, di chi alza la voce senza reale motivazione, di chi mi parla evitando di guardarmi negli occhi o, immaginando, la assocerei all’essere baciata senza lingua o peggio. E qui mi fermo rimandando nuovamente ad altri colleghi blogger, che a loro volta trattano con coraggio d’amore ed erotismo.

Io invece, che anche in questo caso e di più, sono interessata all’argomento, lo guardo e mi accontento di non capirlo ma pur sempre attraverso la lente della poesia e le irripetibili manifestazioni che sa darmi: oggi è avvenuto grazie alla ricerca e la lettura di una lettera d’altri tempi. Tempi in cui era consueto scriverne e riceverne, anche in situazioni come questa, in cui il registro di partenza non lascerebbe forse ben sperare. La riporto al fondo.

Il protagonista è Cesare Pavese, la sua interlocutrice Fernanda Pivano e l’ho scelta per tanti motivi e più la rileggo più ne individuo: la vicinanza con l’autore, fisica e non soltanto, per la sua importanza ormai divenutà eredità, per quello che scrive in queste righe, per come lo scrive, per gli stessi caratteri che usa, la maiuscola per riferirsi alla sua celebre ex studentessa, nonchè per lui innamorata, che è cara in principio come alla fine. Ed è del tutto secondario quale potrebbe essere l’esito della loro relazione, che noi sappiamo negativo e lui probabilmente già immaginava.

Perchè anche qui torna il riferimento allo Spoon River, perchè sono righe sentite e oneste, sono speranzose e di una dolcezza spregiudicata ma rispettosa. Perchè in definitiva tutti dovremmo sentirci autorizzati a scriverne ma soprattutto riceverne di lettere così, anche fossero ormai soltanto più e-mail, va bene lo stesso, purchè oltre ad un corpo, la parte più facile e scontata, potessero mantenere ed esprimere un po’di quell’anima.

86H

 

Lunedì, 11 gennaio 1943

Cara Fernanda,
ricevo le due lettere, quella della malinconia, e quella su Spoon River e sul mio richiamo.
Per S. R. farò tutto io qui, ma non s’illuda troppo presto perché vorranno vedere le bozze e potranno ritornare sulla decisione. Per il richiamo è una notizia del giornale, che dal 1° al 15 febbraio chiameranno tutti i laureati in congedo del 1923 e precedenti, per utilizzarli. Io, a buon conto ho già cominciato a muovermi per sapere, primo, se sarò chiamato; secondo, se lo sarò davvero; terzo, per guarire dall’asma. Stia certa che i miei desideri coincidono coi Suoi.
Mi preoccupa di più la Sua malinconia e il tono di bestia condotta al macello da Lei assunto. Perché? È sola e disagiata, ma può studiare e lavorare; non se l’intende coi Suoi, ma studiando e lavorando si prepara il modo di farsi un’indipendenza; non Le sono vicino a farLe prediche, ma gliele faccio da lontano, e tanto più meditate e inesorabili, e assisto i Suoi lavori e insomma non sono in Polinesia.

Pensi che qui soffro il freddo come a Mondovì. Siamo in quattro in una casa, anzi cinque, tre uomini e due donne; viviamo studentescamente; si mangia non male; io giro tutto lacero e scalcagnato, e a Torino dovrò venire certo uno di questi giorni, non fosse che per rifornirmi di abiti. Da Torino passerei a Mondovì. Faccia sì che il primo incontro avvenga tra noi due soli, perché vorrò abbracciarLa e baciarLa. Ho deciso. Ho trovato molti complimenti per il Mare, che pare abbia colpito tutta Roma, ma io vivo isolatissimo, anche perché a girare di notte su questi maledetti autobus e circolari, dove non si capisce niente, non mi pigliano certo.
Cara Fernanda, si sta meglio con Lei a Torino, e anche a Mondovì. Stia allegra

Pavese

 

 

 

 

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