Agosto a piede libero

Ci sono estati che durano tutta la vita. Ed è in una di esse che per forza di cose ti troverai a fare pace con il concetto stesso. Sistemandolo sul groppone, pesandolo, modulandolo con tutti gli assestamenti di cui sei capace, ritoccandolo qui e lì, saggiando la profondità definitiva della tua forza emotiva e psicologica. Ed è definitiva non perchè tu sia così scientifica in queste valutazioni ma solamente perchè di più di così non ce ne sta, non può essercene ti ripeti.

Quella fisica lasciamo stare: si controllerà dopo semmai, quella resiste, è sempre il meno in una foresta di accadimenti, complicanze ed equilibrismi. Un miracolo alla volta è più che sufficiente ti ripeti nuovamente.

Per qualcuno quell’estate sarà l’inverno, l’autunno o la primavera, sarà qualcos’altro, un viaggio o la stanza di un appartamento, una persona mai uscita da dentro il cuore.

Di quella estate, quella in cui ho fatto pace con il concetto, la seconda insomma, solo oggi agli albori del prossimo autunno posso dire che per me sia stata questa appena trascorsa, o in cui ancora mi trovo in parte immersa, almeno metereologicamente parlando.

Dopo che agosto se ne è andato a piede libero per i meandri della mia esistenza posso parlarne con la modalità con cui sono capace, sciogliendo anche la mano e i pensieri legati in un apparato un po’ più su.

Agosto un caldo torrido e nonostante ciò già il sapore delle prime foglie cadenti più che delle stelle: io ci ho provato, come ogni anno, con il rigore e la serietà della sognatrice professionista, ad inerpicarmi in un angolo estraneo al caos e buio quanto bastasse allo scopo, lo sguardo in alto e il taccuino dei desideri fitto di nuove righe. Ma nulla; anche in questo caso il meteo mi ha fregata: nessuna saetta che squarciasse il cielo proprio sopra la mia testa perchè la pioggia, quella misteriosa creatura invocata e attesa senza ritegno per gli ultimi tre mesi, ha pensato bene di presentarsi qui e ora ritoccando il momento con acqua e strati di nembi. 

Quanto basta per far sfumare il cerimoniale. Una volta del cielo inclemente per un’operazione tanto importante. Sarà per un’altra volta sul serio.

Agosto e la stanchezza, settimane che sono sembrate accavallate una sull’altra, quell’indistinto colore delle giornate che una manciata di anni fa ho scelto di abbandonare a vantaggio della mia vita, almeno quella che sta tra l’interiore, l’emotiva e la cerebrale.

Allora tutto quello che ho potuto fare mantenendo l’antica promessa, nel mezzo di un’estate caricata a molla, è stato vivere agosto come un perno, provando a diluire in lunghezza ciò che è troppo sentire in peso e larghezza, rispolverando la vecchia cara tecnica adottata nei periodi di ultra lavoro: riempire gli spazi, anche brevi, anche una decina di minuti a fare altro, che sia camminare in un prato o scrivere, vedere una persona o leggere due pagine di un libro, ideare altro, stare altrove, progettare energie alternative per la sopravvivenza del mio ambiente interiore quando diventa inquinato e abusato.

E la gioia salda nel realizzarlo nuovamente, nel ripromettermelo con cortesia e affetto, rassicurandomi che su quella vecchia e logora strada non dovrò più ritornarci, davvero, qualsiasi cosa accada. Che comunque vada ho con me la gratitudine per la botta di lucidità ed elementi in più acquisiti anche questa volta su questioni umane e sociali già così chiare e chiarite, per il pezzetto aggiunto alla consapevolezza che invece non basterà mai e poi mai. Ricordarmi il più sovente possibile di quale sia il posto un po’ scomodo in cui voglio stare: farlo per sentirmi più forte, meno sola e a tratti un po’ meno pazza.

Da qui deriva anche l’agosto delle ancore di salvezza, così piccole da far sorridere e tanto enormi da bastare: il mio angolino di terra sul balcone, coltivato a sorprese ed aromi, un autentico buen retiro che asseconda pretese e necessità di lavoro fisico, una sempre più crescente e sana voglia di terra e manualità. E in quello scorcio di balcone senza lo spazio necessario, improvvisare qualche cena perchè in casa è impossibile respirare per il caldo e l’umidità, mangiando con altri amici sventurati rimasti in città, finire degustando esoticità come un narghilè, un sigaro o un cocco.

Immortalare poi il tutto con una serie di foto dalle improbabili angolature che rivedendole ti rendi conto che potresti raccontare di essere stata in barca a vela ed invece ti trovavi semplicemente lì, a casa tua, nei giorni più svuotati e silenziosi dell’anno quando tendi l’orecchio e ti sembra di non percepire molto altro oltre la tensione dei tuoi pensieri, i ricordi che si accartocciano ovunque, il cuore che pulsa pieno da ingolfarti la gola.

Agosto e prenderti in giro senza riserve che ad essere austeri basta il resto dell’anno: mettere in piedi decine di conversazioni in cui ridere da matti per le cose serie e confidarsi fitti come bambini per le cose frivole, immortalare anche in alcuni di questi casi il momento, scattando venti foto uguali più una che sembra di essere al polo sud, mentre sei in Liguria.

Agosto e l’onestà dei sentimenti e delle esperienze: l’ineluttabile, il senso dell’abbandono, il passato che si cuce ogni giorno in più sotto la pelle, come un secondo strato, il futuro percepito senza sconti, la forza cristallina, la lucidità e la centratura di alcuni istanti che ti sembra valgano da sole il prezzo del biglietto pagato per la corsa fino a qui; il sapere la vita sempre colma fino all’orlo delle possibilità, che poi siano un miscuglio indistinto di tensione, dolore, confusione, bellezza e sfida ha poca importanza.

Agosto pochi mezzi e tanta fantasia, che tu non sia mai, non sia più soltanto un mese di passaggio tra due parti dell’anno, tra un bilico e l’altro, tra un interruttore che sta acceso e uno che sta spento, come se l’esistenza potesse davvero dividersi fra feriale e festivo, settimanale e domenicale, bianco e nero.

Agosto tanto da farti perdonare, ci passiamo attraverso assaggiandoci le ferite, cercando un modo per andare in pareggio.

Agosto e va bene così.

 

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