Creatività a tempo indeterminato

Questo post se ne stava da un po’ di tempo nei meandri delle mie bozze ad aspettare il momento giusto. Non che non ce ne siano stati, anzi, essendo il tema molto caldo quanto a me piuttosto “caro”. Ecco che le evoluzioni delle ultime settimane ne hanno definitivamente sancito la sistemazione e pubblicazione.

Sul tema lavoro, che di questo si tratta, scegliendo nel mio tanto materiale ispirante spiccano un G7 organizzato addirittura in casa, ma anche un video allucinante per bruttezza e significato che da due giorni naviga a vele spiegate ovunque sul world wide web e che tutti abbiamo visto.

La storiella da cui partiva inizialmente la mia intera riflessione faceva così: c’erano una volta le uscite tra amici per bere una birra, le feste, le serate improvvisate, le cene. E qui solitamente accadeva che ad un certo punto le chiacchierate si arenassero sulle tematiche più disparate e classiche che erano sempre l’amore, i problemi in famiglia, l’amicizia, il sesso, la morte e il senso della vita, l’arte, gli artisti, i film e via di questo passo.

Oggi, fateci caso, le conversazioni più comuni vertono per la gran parte delle volte sul tema lavoro, fissandosi sulle due macro situazioni-criticità per antonomasia: la prima quella di chi il lavoro non ce l’ha e la seconda di chi ce l’ha. Nel primo la casistica dei discorsi oscilla più o meno intorno a situazioni e sentimenti quali: la preoccupazione, l’ansia e la disperazione di trovarlo, la paura di restare “fuori dal giro”, la frustrazione nel riconoscere la totale discrepanza tra i percorsi formativi e non già compiuti e la penosità e penuria delle offerte ricevute, il terrore di non poter sopravvivere, alla vergogna e alla rata dell’affitto, il senso di crollo di aspettative, speranze, sogni, relazioni, il problema del tempo interamente impiegato (parola non usata a caso) nel cercarlo, che chi ci è passato più e più volte lo sa bene: cercare lavoro è esso stesso lavoro. E via così.

Nel secondo caso invece il nucleo di temi e sentimenti è solitamente oscillante tra i seguenti: la minaccia di perdita di quel lavoro, la vicenda di un amico, un parente, la propria compagna, comunque qualcuno di prossimo, che lo ha perduto o di lì a poco lo perderà, le conoscenze che si stanno reinventando, chi ce l’ha ma da tempo ormai si sente in gabbia e vorrebbe mollare tutto, la paura di lasciare, l’ansia di ritrovare, la precarietà continua e come modus vivendi, la frustrazione mista a dolore derivate dal vivere esistenze ingabbiate in orari e mole di lavoro inumani e squalificanti, assoggettati a dinamiche svuotate di dignità (video di cui sopra) a cui spessissimo non corrispondono compensi e riconoscimenti adeguati, l’accantonamento della vera vita fatta di passioni e relazioni per mancanza di tempo, la considerazione di un orizzonte extra-nazionale come unica possibilità di salvezza. Eccetera.

Il fenomeno si compie per un verso in una maniera sempre più naturale, scontata e fluida, nonostante la difficoltà dei contenuti che riguardano l’apparato lavoro, con un atteggiamento che oscilla tra la sana accettazione e la pura rassegnazione del fatto di trovarsi all’interno di un cambiamento socio-culturale di proporzioni gigantesche. Un processo che a volerlo o meno ha dell’universale, ammesso di saperci considerare parte di un gruppo sociale più ampio in cui siamo strettamente inter-relazionati.

Arrivando dunque a quello che è stato il mio specifico tortuoso viaggio in questo ambito, avverto già una certa e consistente differenza rispetto ai soli quattro-cinque anni fa quando mi apprestavo a lasciare la mia vita “certa” in termini di stipendio, garanzie, sicurezza. C’erano a contorno anche delle piccole e fugaci soddisfazioni personali, riconoscimenti, gusto della sfida nel raggiungimento di un tale traguardo, oltre, va detto, a esperienze positive maturate in azienda, formanti in più sensi. Tutto ciò impacchettato e ben schiacciato, e poco a poco sempre più, sotto una frustrazione ed un interrogativo imperanti della ricerca di un senso profondo, di uno scopo, della possibilità di dare finalmente il giusto peso al tempo e alla sua fugacità, così come vigore alla sacralità dell’energia che vive sotto pelle e le passioni che esplodevano ovunque, di uno spazio adeguato a costruire una vera e sottile, e sempre più onesta, linea di comunicazione tra l’autentica me e un paradigma socio-culturale al tramonto, in cui poter comunque stare ed essere accolta.

Determinata nel passo che stavo per fare, avevo intrapreso un mio percorso che mi aiutasse a elaborare senza paura e ripensamenti lo stacco, accompagnata e consigliata da poche persone che vivevano il mio stesso iter. Però avvertivo ancora una grande chiusura in tal senso, un supporto complessivamente più di facciata, la percezione che gli altri sentissero tutto ciò come una sorta di sbandamento dalla via maestra, quella del lavoro in azienda con regolare e continuativo contratto da dipendente, e che prima o poi avrebbe rivelato la sua fragilità e il suo ripensamento. Nei discorsi ero più spesso io a tirare fuori l’argomento, un po’ perché lo vivevo come impellente, un po’ per tentare un confronto.

Per me è stato tremendamente difficile, e oggi posso dirlo, da tutti i punti di vista: materiale, logistico, umano e relazionale ma soprattutto e come sempre culturale per il lavoro (anche questo…) di scardinamento quotidiano di un modello innestato nel profondo, fatto anche di inconsapevoli e dolorosi processi mentali e psicologici. Tutto ben stretto sotto la voce famiglia, non solo intesa come quella ingombrante di origine ma anche come ramo di essere ed appartenenza.

Oggi no, oggi è netta la sensazione di essere in tanti, ogni attimo qualcuno in più, e le difficoltà pur grandi che viviamo come liberi professionisti, le nostre nuove precarietà e dubbi ci uniscono molto più di quanto ci distanziano, ci rendono compatti all’urto di questo cambiamento senza mezzi termini che ci apprestiamo a vivere. A braccetto con questa tendenza mi capita sempre meno di essere io a tirare fuori il discorso e sempre più di essere interpellata a riguardo, alla ricerca di una condivisione, un punto di vista di chi è passato da lì e che si trova dentro. E poi accadono a corredo sempre situazioni curiose, che meritano altrettante riflessioni.

Anche qui pescando nel mucchio delle tante accadutemi in questi anni, c’è per esempio quella avvenuta chiacchierando con un amico quando, appunto uscito fuori con naturalezza il tema lavoro, questi mi racconta del nipote diciottenne, figlio della sorella, del tutto lucido e sereno a riguardo, che non si pone nemmeno in teoria la questione che questo possa essere fisso, all’interno di un’azienda tout court, con determinate garanzie, ecc.. ma che sarà sicuramente innestato su qualcosa che lui sa o imparerà a fare, una sua abilità e passione che dovrà lui stesso e solo essere in grado di tramutare in competenza strutturata.

Rifletto su queste parole e comunque mi colpiscono. Poi ripensandoci un secondo, tutto diviene assai chiaro: la mia, la nostra generazione, variamente titolata come quella degli “sfigati”, “fregati”, “sdraiati”, “bamboccioni”, “choosy” e via dicendo è in realtà nient’altro che quella che si è trovata giusto nella cesura tra altre due, quella prima, diciamo dei nostri genitori, e quella dopo, diciamo dei diciotto-ventenni di oggi e dunque ha prima aderito e creduto fedelmente ad un certo modello che prometteva al suo interno sicurezza, garanzia, durata, progettualità, fissità e che via via si rivela chiaramente inadempiente e fasullo o per lo meno molto parziale rispetto alle premesse. Oggi dunque arranchiamo e ci inventiamo, aggrappandoci e scalando su un sistema nuovo, frammentato, neonato, a cui in realtà sta proprio a noi e sempre di più dare un’identità. Diversamente dai diciotto-ventenni che in questo ci sono nati e cresciuti e dunque lo assimilano in maniera quasi naturale, per noi è più difficile mi pare, come è normale quando ci si trova a cavallo fra due fuochi, abbracciando e dovendo, per non affogare, riporre fede un po’ in entrambe le istanze.

Inutile dire che per me, rovesciando la medaglia, l’altra faccia della crisi e della criticità che tutto ciò comporta è quella di un’occasione enorme, senza precedenti.

E fin qui la mia vita, le mie esperienze, le mie personalissime osservazioni, le piccole ma granitiche certezze che ogni giorno lo diventano di più. Mi rendo conto che ci vuole ben altro per dare credenziali ad una teoria; per esempio l’apporto, tra i tanti, di questo libro qui, un saggio interessantissimo scoperto e letto circa due anni fa: Disoccupazione creativa di Ivan Illich. La prima domanda che mi è balzata alla mente mentre lo leggevo è stata come fosse possibile che in un corso di laurea magistrale in Antropologia Culturale un libro simile non fosse inserito fra i fondamentali. La risposta per chi avrà voglia e curiosità di leggerlo, saranno le pagine stesse a darla.

Pubblicato per la prima volta nel 1978, l’opera rappresenta una sorta di puntello all’interno del discorso socio-culturale che racconta molto bene caratteristiche, cause e conseguenze del cambio di paradigma lavorativo, e della sua necessità quando ciò non avviene. E’ pieno di riflessioni oneste e articolate, anche tecniche, elaborate su vari esempi che danno vita alla teoria del libro.

Lo consiglio vivamente a tutti quelli che sono alla ricerca di dati più tangibili, voci più autorevoli, da leggere ed eventualmente criticare, se sarà il caso. E condividere, confrontandosi su un tema che è urgente e spinoso per tutti, a partire dalla sottoscritta.

Qui il riassunto dell’analisi nell’introduzione:

DISOCCUPAZIONE CREATIVA – Ivan Illich

“In questo saggio mi propongo tre cose: 1) descrivere il carattere che assume una società ad alta intensità di merci e mercato, nella quale l’abbondanza stessa delle merci paralizza la creazione autonoma di valori d’uso; 2) evidenziare il ruolo occulto che le professioni svolgono in tale società col modellarne i bisogni; 3) smascherare certe illusioni e proporre alcune strategie per spezzare quel potere professionale che perpetua la dipendenza dal mercato.”

E qui la foto di me un paio di settimane fa da qualche parte nel centro di Madrid, affiancata alla scritta sul muro che recita così: Perdersi è l’unica via di fuga verso la saggezza.

Felice ancora una volta di perdermi e riperdermi.

Per acquistare il libro:

clicca su

 

 

2 Comments

  1. Barbara

    È bello che tu abbia voluto condividere con noi questo tema, ostico e complesso, che facilmente induce alla banalità, senza però cadervici, aprendo altresì il tuo cuore raccontando ci la tua esperienza, anche quella emozionale. Sicuramente è uno spunto di riflessione, e magari di discussione, chissà… Molti di noi ci si ritroveranno e sapranno così di non essere i soli, come tutti i cambiamenti, specialmente epocali come quello che stiamo vivendo, anche questo è fautore di svolte, di scelte. La consapevolezza di questo è la forza che ci spinge ad andare avanti, a guardare oltre: il domani è passato, il futuro deve ancora venire….. Grazie, Vale!!

    • valentina

      Cara Barbara, grazie mille a te, per aver letto e soprattutto per aver sentito dentro le parole del post. Sì, il tema è ostico da vivere ma anche da scrivere: ci ho provato, per vederlo nero su bianco e per cercare un confronto, che sento più importante che mai. Credo che la forza di ciò che sta accadendo sia nel fatto che ci avvicina e accomuna tutti, negli aspetti difficili come in quelli costruttivi, ci permette di essere un gruppo. Il futuro è una bella scommessa e come dici, guardiamo a lui! Un Bacione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *