Brucia il cuore

La sveglia puntata alle cinque. Gli occhi assonnati, il silenzio nel tragitto sulla panda scalcagnata che Angelo usa solo più per girare nelle sue campagne. C’è curiosità nei nostri animi, una sottile trepidazione, voglia di fare, mettere le mani, immaginando come sarà.

Arriviamo all’oliveto, scendiamo, prendiamo l’attrezzatura al nostro seguito, ci infiliamo calze spesse e scarpe da ginnastica, pochi passi e siamo in mezzo a due file di olivi: maestosi e belli, semplicemente belli, perfetti nelle loro armonie di colori e foglie, fusto e rami. Li sento giusti, di quella giustezza di chi c’è e fa il suo, dandoti conforto e alimento, senza chiedere di più che essere rispettato e lasciato così nel suo habitat.

Iniziamo a lavorare alacremente: sistemiamo il terreno alla base di ciascun olivo, ripuliamo di ciò che non serve e riempiamo ogni buco con pietre e sassi raccolti tutto intorno. Seguiamo le indicazioni di Angelo, dopo le prime manciate di minuti siamo, io e sua cugina che è con noi, a nostro agio: pensiamo a come organizzare in modo più proficuo il lavoro, prima carichiamo un po’ di sassi tutti insieme, poi li depositiamo ai piedi degli alberi, tu vai di là io di qua.

Così trascorriamo parte della mattinata: il sole sale, il caldo inizia a farsi sentire, è chiaro perché l’alba sia tanto favorevole nei campi, soprattutto qui al sud. Sudore e stanchezza aumentano, inestricate per me ad un senso di soddisfazione crescente, di commozione che mi si ferma in gola.

Poco dopo le dieci ultimiamo il lavoro in quella parte di terreno: individuiamo qualche manciata di mandorle da portare a casa, facciamo un falò di tutti i rami raccolti nei dintorni e una volta assicurati che sia spento ci spostiamo oltre. Adesso raggiungiamo l’arboreto dove ci sono fichi e fichi d’india.

Raccogliamo fichi a piene mani e ne mangiamo, per ristorarci della fatica, per godere ancora di quella terra generosa e che adesso sento tutta in bocca e in gola: ma non il terroso e aspro, bensì il sapore dolce della polpa, dell’anima di quel luogo, in cui ogni atto si compie con senso e armonia. Stando qui sporchi fino alla punta dei capelli, è talmente naturale allungare un braccio per cibarsi, e il gusto non è lo stesso di nessun altra volta. Nessuna scorpacciata di frutta regge il confronto con questa.

Per staccare i fichi d’india usiamo l’attrezzo specifico, salvandoci le mani da una miriade di spine: raccogliamo e mettiamo da parte per portarne a casa per pranzo e la merenda in spiaggia, per i parenti e gli amici. Adesso chiacchieriamo e scherziamo, siamo più rilassati, sorridiamo contenti e sottilmente orgogliosi di questa mattinata, almeno per me del tutto nuova. Amo usare le mani ed essere in movimento ma un conto è curare le piantine del balcone, un altro misurarsi con un terreno di alberi antichi e massicci, spostare pesi, stare piegati per ore compiendo movimenti nuovi e faticosi, cercare di conoscere e capire mentre fai, ascoltando ciò che la terra sussurra.

Il sole è alto ormai quando iniziano ad arrivarci messaggi di amici che ci informano del terremoto in centro Italia: alcune città con epicentro nei dintorni di Amatrice sono state squassate da una violenta scossa e la situazione pare molto grave. Restiamo sgomenti, per un attimo non ci sembra possibile, l’atmosfera e la situazione tutta intorno ci restituiscono qualcosa di surreale.

Uno dei primissimi pensieri che ho sul momento vanno a Leopardi: l’idea della natura come madre e matrigna, attimi di pessimismo cosmico che avvolgono il creato. Nulla che riesca ad essere mai del tutto bello e gioioso, bello e basta. Ricordo anche di essermi sentita salva ed incredibilmente protetta, lì in quell’arboreto, sottratta per questa volta alla casualità degli eventi.

E’ qui in questo luogo dalla presenza sacrale, dall’energia vibrante che nell’arco di poche ore si è compiuto un disegno, una cerimonia incomprensibile. Senza parole, senza fasti o grida, solo atti scarni e diretti e al cospetto di un insegnamento chiaro. La natura è così, guai dimenticarlo: lei governa e regola i ritmi, lei palpita sotto i nostri piedi, lei dirige, come è giusto che sia. E poichè tanto spesso questo equilibrio non è o ha smesso di essere rispettato, non passa giorno ormai in cui in una qualche forma non se ne raccolgano le nefaste conseguenze.

Quanto raccontato è avvenuto la scorsa estate, a fine agosto appunto, mentre ero in vacanza in Puglia. Ospite in una casa gentile ed accogliente come solo certe case del sud sanno essere, in compagnia di amici tra cui Angelo, il vero artefice ed anfitrione, un caro amico che vive tutto l’anno come me a Torino dove lavora come ingegnere per fuggire ogni volta che può dalle sue terre, i suoi olivi e arboreti coltivando con esse la vera vocazione di contadino, attività a cui spera di consegnarsi definitivamente un giorno.

Io faccio un tifo spudorato perchè ciò avvenga anche se questo significherà allontanarsi e perdersi un po’. Ne parliamo spesso, la natura ricorre nei nostri discorsi, ogni tanto gli chiedo: “come stanno i miei olivi?”. Lui sorride, anche con gli occhi, distoglie lo sguardo e mi risponde: “bene”, poi fa riferimento al lavoro della scorsa estate e di quanto sia stato utile per il benessere delle piante.

Dal primo momento che mi ha invitato a scendere gli ho chiesto di portarmi un giorno a lavorare con lui nel suo terreno; credo che all’inizio abbia pensato ad uno scherzo, ad un modo tanto per dire finché al mio ennesimo “quando andiamo in campagna?” ha capito che non scherzavo affatto e mi ha concesso questo regalo che ancora conservo con viva emozione.

In questi giorni il pensiero mi è tornato lì al sud più forte che mai, avvolto nella sua patina di dolce nostalgia, da che vengo costantemente informata sulla situazione metereologica: salvo sporadiche insignificanti spruzzatine non piove da gennaio. Gennaio. Ma mi è tornato con potenza anche per la situazione che viviamo al nord, legati a doppio filo nelle nostre differenti e comuni sofferenze. Con gli incendi che devastano le valli circostanti Torino si vive una pena continua: c’è sempre un amico, un conoscente, una persona cara che abita o ha qualcuno di prossimo in Val di Susa, nel pinerolese, nelle Valli di Lanzo, in alta Langa o nel cuneese e che sta subendo le conseguenze di qualche abuso della follia umana, della sua maligna perizia, della sua incapacità di stare al mondo.

Alterno momenti di disgusto ad altri di impotenza, indignazione a profonda tristezza come tutte queste persone, tutti noi, uniti sotto lo stesso inevitabile tetto di madre natura. Quell’ossigeno puro e pulito che è lei la sola in grado di donarci oggi è viziato e pesante come non mai, quelle zone amiche dove mi rifugio ogni volta che mi è possibile adesso sono lacerate e chissà come e se torneranno a vibrare nei prossimi mesi e anni; oggi anche andare su un belvedere a scrutare e annusare l’aria è diventata un’azione inquietante, mentre fino a pochi giorni fa era poesia.

Gli occhi sono gonfi, il pensiero ingolfato, più di tutto brucia il cuore.

(foto inviatami questa mattina…)

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