Farsi violenza

E’ stata un giornata piena di rilfessioni, passata a fare e progettare qualcosa, pensare a domani e anche tanto ad oggi, al senso e significato di questo venticinque novembre: ho letto vari post di persone, contatti, conoscenti ed amici, a riguardo, articoli interessanti e condivisibilissimi, ritrovato in più luoghi e bacheche la bella poesia di Shakespeare “in piedi signori, davanti ad una donna…” che un amico mi ha anche inviato privatamente.
 
Più tardi poi camminando per strada ancora immersa in queste mie riflessioni, mi ripetevo con amarezza di quanto sì, sia difficile essere una donna del tutto libera e rispettata, oggi come ieri e come forse sarà domani, specie se hai fatto tue determinate idee, convinzioni, scelte di vita. Di quanto, al netto di discese in piazza, discussioni, prese di posizioni, attivismo variegato, sia sconfortante sapere di doversi appigliare ad una giornata contro la violenza sulla donna per ottenere giustizia ed equilibrio. Di quanto sarebbe più sano ed umano che non esistessero affatto giornate di alcun tipo, perché se le hai decretate in un certo qual modo ed in cuor tuo hai abbracciato l’idea che un disequilibrio esisterà sempre e tu potrai solo festeggiare la lotta innescata contro di esso, mai il raggiungimento vero del traguardo.
Di quanto per te ogni problematica sia profondamente e totalmente culturale, nel suo (non)senso come in quella che potrebbe essere la soluzione.
 
Ecco che nel pieno di questa analisi alzi lo sguardo e ti ritrovi davanti il seguente gigantesco cartellone che recita il motto in inglese ”IO SONO QUELLO CHE FACCIO” figlio prediletto della cultura (sempre lei) malata e spersonalizzante del “Che lavoro fai?” pronunciato come mantra con un misto di aggressività e rassegnazione sempre crescente e sempre molto prima rispetto al “Chi sei, cosa ami fare, cosa ti fa vibrare l’anima, cosa temi più della morte, per cosa piangi, dove stai andando?…”
Dunque una pubblicità del genere si incastona perfettamente nello spirito della nostra contemporaneità e poco importa che giornata sia oggi, che la testimonial sia una donna, che lei potrebbe prestare più attenzione al ruolo che, piaccia o non piaccia, ricopre in questa meteora di spazio, alle parole che pronuncia proprio lei che con le parole appunto ci lavora, al messaggio che invia a chiunque la segua e per lei si stracci le vesti di ammirazione o anche solo a chi la vede e la legge come me ora.
 
A procurarci violenza siamo tutti, sempre e continuamente facendo nostri messaggi come questo, molto prima di essere donne o uomini, nella segregazione che diamo alle nostre anime come individui della famiglia umana. Io credo che tutto il resto venga dopo e come conseguenza del non aver centrato la problematica umana prima che di genere; senza una partenza a monte del problema tutto diventa allora sempre più difficile o impossibile.
Un’altra occasione persa. Peccato.

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