Di prìncipi, poeti, amori e libertà

Le corde della lira dei poeti moderni sono interminabili pellicole di celluloide – Franz Kafka

Il cinema per me è quello spazietto fisico buio fuori che solitamente si incontra e scambia con qualcosa di interiore, anche più spazioso, quando non ingombrante. Uno scatolone colmo di materiali che non sempre riesco ad afferrare per ricollocare al proprio posto, mischiati con altri a volte un po’ troppo pesanti da sollevare.

Da alcuni anni a questa parte, il mio rapporto con la settima arte è stato discontinuo: mi è capitato quasi sempre di non andarci per mesi interi e poi finirci due volte nel giro di pochi giorni per un appaiarsi di film dal peso notevole; tanto cinema dentro e fuori gli occhi, tanta buona volontà che si rifrange e litiga per misurarsi in innumerevoli fotogrammi sullo schermo che fa anche spesso e volentieri da specchio.

La settimana fortunata o fortuita dell’anno è stata questa: la mia ritualità di sguardi, sospiri, gli attimi di emozione viscerale, le lacrime liberatorie nascoste nell’oscurità della sala si sono attestate per questa tornata prima su Poesia senza fine di Alejandro Jodorowsky, poi su Fabrizio de Andrè – principe libero, di Luca Facchini.

Rispetto a Poesia senza fine, chi conosce, segue e apprezza almeno un po’ Jodorowsky persona, personaggio, autore e regista sa quanto la sua biografia sia densa, imprevedibile, composita, complessa, alla radice della creazione di un artista geniale e indefinibile spesso portatrice di un rapporto di amore-odio nei riguardi dello stesso.

Per questo il film, di cui lui è regista impegnato a raccontare la sua stessa vita, mi è parso sorprendente e davvero godibile nella fotografia, le inquadrature, la scenografia, che sono spesso mozzafiato così come la narrazione che ne esce, sempre con quel sottofondo di esaltazione che l’autore è maestro nel dare.

Rilassata su questo senso di totalità, come se la storia potesse durare dieci ore invece che due, ho sentito il finale un tantino deludente: la partenza per Parigi, con una chiusura che richiama così tanto quella di La danza della realtà di cui questo film è il seguito, lascia un senso di incompiutezza, un’attesa non rispettata nell’anticamera delle tantissime gesta che da lì in avanti il protagonista sarà ancora chiamato a realizzare.

Trasformo quel breve smarrimento in curiosità, con sentore che ciò sia costruito ad hoc per un bel seguito con un prossimo film ancora, a compiere il racconto.

Sul secondo, Fabrizio de Andrè – principe libero, film biografico sulla vita dello stesso, ecco che la mia trama personale si fa ancora più fitta, più intima, benchè il protagonista in questo caso non sia più fisicamente tra noi. Mi sono rifiutata di abboccare alle recensioni che qua e là affioravano delle anteprime a cui tanti parevano miracolosamente avere assistito e le ho ignorate del tutto, ho fatto finta che nulla si sapesse a riguardo e mi sono diretta nell’orario più improbabile per guadagnare un posto al mio appuntamento in sala, pura e libera da ogni sorta di condizionamento.

Con il Faber è così: la sua presenza resiste nelle vite di chi lo ama, lo ascolta e lo canticchierà per sempre, le canzoni che ha composto si scavano uno spazietto intoccabile dentro, fatto di sublime poesia, appiglio, direzione, sia artistica che umana. Perciò credo sinceramente che non si possa fare nulla più di quello che è stato fatto con questo film: forse abbiamo assistito ad un piccolo miracolo di bellezza, nel vedere De Andrè rivivere per tre ore e noi con lui con tutte le emozioni che gli abbiamo affidato.

L’interpretazione degli attori è molto convincente, il protagonista Luca Marinelli, strepitoso, si fonde e confonde a tratti quasi con il vero Faber: durante alcune immagini di lui su un palco quel modo di tenere la chitarra e la schiena, il ciuffo cadente sul viso, le espressioni del volto, gli occhi cerchiati fanno sussultare per la somiglianza che ci regala. Per noi affamati nella distanza, nati troppo tardi per goderlo e apprezzarlo anche dal vivo oltre che nei profondi meandri in cui risiedono tutte le pieghe della poesia, ecco immagino che per noi la sensazione sia ancora più autentica e struggente, l’impressione vera e propria di poterlo avere lì, “a misura di braccio a distanza di offesa…” (citazione che non c’entra nulla ma mi è uscita naturale)

Non è questa una recensione evidentemente, forse nemmeno un invito ad andare al cinema: chi ama i due protagonisti troverà o avrà trovato da sè tutte le motivazioni per non mancare.

Vuol essere questo post piuttosto un ringraziamento alla tempistica con cui la poesia si manifesta: sempre in una maniera che ha del magico, come qui, nella possibilità di rivivere a pochi giorni di distanza tratti di esistenze di due che per me sono grandissimi, così sottilmente ed inevitabilmente collegati fra loro. Un po’ maestri, molto compagni, amici, anime in eterna ricerca in cui scavo per scovare qualche briciola di affinità.

E’ anche un richiamo alla meraviglia di certo cinema a volte, l’appiglio che l’arte, qui in particolare con il comune denominatore della poesia, sa sempre tendere nel momento più opportuno, nei tratti accidentati, nelle insidie della resa e degli assestamenti fatti con troppo poco cuore a vantaggio di troppa testa. Per fortuna come ci ha redarguito il nostro cantautore prediletto “l’amore ha l’amore come solo argomento” che oggi mi verrebbe da mutuare in “l’arte ha (o dovrebbe avere) l’arte come solo argomento”: uno spazio sacro di creazione prima, una fusione con essa durante e dopo, infine la sua diffusione che sia rispettosa dei tempi quanto dei talenti, in un equilibrismo quasi impossibile in questa epoca inginocchiata al profitto.

Tuttavia pochi continuano a tentarlo riuscendoci, con ammirevole passione, garantendo qualche boccata d’aria all’arte e una sua eroica sopravvivenza.

Come dimostrano i minuti di discorso di Ursula K. Le Guin scrittrice di fantasy e fantascienza statunitense la cui dipartita, nella densità di significati e ricorrenze artistiche del momento è avvenuta alcuni giorni fa. Inserisco il video nel mio post, collegato alla frase di Kafka in epigrafe con cui sembra giocare e danzare: anche in questo caso con lapidaria ironia l’autrice ci racconta una storia tutta da ascoltare che scalcia e vuole emergere, di princìpi, poeti, esseri liberi ed eccezionali la cui opera si fa inno a quella

“resistenza che spesso comincia con l’arte e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole”.

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