Quel memorabile viaggio con l’amica

E’ successo forse due volte nella mia vita di adulta: una è stata per “La meglio gioventù” e l’altra per “Principe libero”, quest’ultimo che avevo già visto al cinema in anteprima e di cui ho parlato anche qui, in un precedente post. Le uniche due volte che io ricordi di aver aspettato con curiosità fortissima, quasi con trepidazione, che due fiction venissero trasmesse in televisione.
E a breve sarà la terza, preceduta da un altro doveroso outing, sul caso letterario che ne è la matrice. Lo confesso: io a questa ultima Elena Ferrante, la misteriosissima scrittrice nostrana, non ho ceduto per lungo tempo, per principio, perchè mi sembrava il classico prodotto mainstream all’italiana costruito a tavolino. Fino ad un certo punto, quando, più per lo sfinimento dato dal ritrovarla citata ovunque e da chiunque che per vero interesse, ho deciso di concedermi, prendendo a prestito, il primo romanzo della celeberrima tetralogia L’amica geniale. Ed ecco che fin dalla metà in avanti, il libro ha iniziato a scoperchiarmi un mondo; i tre successivi poi un viaggio continuo, una forza che ti conduce piano ma inesorabilmente allo smarrimento tra le righe, una piccola e sacra perdizione. Che è quell’errare senza bussola per ritrovarsi più in profondità, più in là da sè, da dove si era partiti scorrendo i primi paragrafi; quella sensazione unica che solo un libro riesce a dare e che chi ama leggere ben riconosce.
Nell’insieme è questa una storia che non vuole lasciarti, con i suoi personaggi ruvidi, con la sua narrazione così poco compiacente, pagine solcate da un universo di anime autentiche, da cui scaturiscono una disperazione, una voglia, un tentativo che ti somigliano, ti afferrano per guardarti dentro.
Non è la redenzione a catturarti, o il lieto fine, che infatti non ci sono, o magari chissà sì – non fidatevi per carità della mia interpretazione troppo romantica, di una mia idea assai personale di lieto fine – se leggerete o avete letto l’opera lo saprete da voi. L’amica geniale è stato piuttosto un viaggio di ritrovamento fra le pagine, la capacità semplice e totale di farti sentire tu letta a tua volta, fra le righe o oltre e dunque immensa, al tuo posto, al posto in cui ti è dato di essere, non certo quello giusto. Così, per un attimo, e per una serie continua di attimi.

Un po’ è colpa o merito di quel rione di una Napoli più che mai lacerata dove le amiche giocano, che sarà un teatro originario tanto importante per lo svolgersi dell’intera vicenda, un po’ sono le protagoniste stesse – e non è nemmeno essenziale capire fin da subito chi delle due sia quella geniale – che ti sembra di aver conosciuto, di averci interagito, di averne condiviso l’unicità che ne fa esclusione, l’attaccamento feroce alla vita, le unghie incollate al muro della salita per non scivolare, la sete di riscatto come continua immagine sullo sfondo. Il tutto sempre mescolato ad una fotografia in controcanto dell’Italia che cambia e accompagna imprescindibile con la propria storia quella delle due bambine, fino a farne ragazze e infine donne.
Il bestseller di Elena Ferrante non diventerà forse un’opera immensa, degna di collocarsi tra le indimenticabili ed immortali della letteratura contemporanea, eppure per me L’amica geniale è stata quella narrativa ancora capace di regalare godimento, puntellata su una scrittura che ad occhio e croce si configura come “poco italiana”, inoltre più scarna che ridondante, che non scade mai in esagerazione o banalità, non tragedia ma certo non commediola priva di anima.
E venendo a quella che sarà la première televisiva dell’inizio della tetralogia di fine mese (per la regia di Saverio Costanzo e che a quanto pare si dilaterà in una serie in più stagioni), al momento mi accompagna un’altra delle mie convinzioni di lettrice: nella trasposizione televisiva o cinematografica di un libro che hai amato molto è matematicamente impossibile rintracciare la stessa bellezza, un’identica forza ed emozioni analoghe in grado di farti riprovare quella sottile sensazione di viaggio intimo. Certo, sono due registri differenti, due modalità diverse, ovvio, ma non si parla qui solo di elementi tecnici, di mestiere, di addetti ai lavori: è molto altro e anche in questo caso chi ama leggere capirà bene cosa intendo. Oltre a concedere un momento di riscatto a quell’elettrodomestico inutile che per me è la televisione, mi piace l’idea di scrutare L’amica geniale all’interno dell’odierno tubo catodico, sono mossa da una grande curiosità, appunto, affascinata dal vedere come si è tramutata la sua vicenda e avventura su quest’altra sponda di mondo.
A parte e assai più importante di tutto questo, credo lo sia tornare a parlare di libri e del loro evolversi, meglio ancora quando sono nostrani, meglio ancora se scritti da una penna femminile così intensa e talentuosa: di questi tempi secondo me non è poco.

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