A passo svelto

Le nostre città sono costellate di meraviglie. E non intendo quelle monumentali, architettoniche, artistiche, perfino urbanistiche. Certo loro stanno in cima alla classifica, come negarlo, e danno, oltre a tutto il resto, un senso alle nostre camminate rapide con il naso rivolto a terra, la mattina di corsa via da casa e la sera con il passo più rallentato dal peso della giornata.

Eppure le bellezze di cui potremmo fruire sono anche molte altre, più piccole ed impercettibili, assai meno pretenziose, silenziosamente incastonate sotto i nostri passi.

Una, e credo tutti i torinesi l’abbiano ormai ampiamente realizzato dalle notizie diffuse dei giorni scorsi, è il pianoforte collocato alla stazione di Porta Nuova qualche settimana fa e messo a disposizione di chiunque tra i passanti abbia voglia di deliziare gli altri con le sue note. Dall’iniziale idea di un esperimento per qualche tempo, si è poi deciso di lasciarlo per sempre, considerato il successo riscosso. Ieri che ci sono passata accanto ne ho apprezzato davvero l’importanza: c’era un ragazzo giovane, in abbigliamento sportivo, cuffiette appese al collo e cappellino in testa, che suonava la sua musica, piuttosto sicuro di sè. Io ho sorriso a lungo e intorno a lui si è creata un’aura di pace e tepore, di persone strette in una sorta di cerchio ideale, a proteggerlo, a proteggersi dall’asetticità di un posto come la stazione ferroviaria.

Mi è sovvenuta l’immagine di milioni di vite che transitano informi e senza significato tra gli androni e negli atri di questi non luoghi, senza che a qualcuno o qualcosa faccia la differenza. Un attimo di arte come questo ha invece il potere di fermare il ricordo di quel passaggio, rivitalizzandolo e cristallizzandolo, come una fotografia fa per una porzione di vita già vissuta.

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Un’idea davvero fine, poetica, secondo me: una volta che sei nei paraggi ti viene quasi da passarci, anche se non hai treni da prendere, per curiosare a vedere se qualcuno è seduto al piano e che musica aleggia in quel momento.

Camminati, sì perchè ieri era uno dei rari giorni in cui non mi trovavo in sella alla mia bicicletta, circa cinquecento metri o poco più mi trovo in via Po, in corrispondenza del civico 25 dove mi imbatto in una delle pietre d’inciampo, così son chiamate, poste in onore di caduti per mano del nazismo e del fascismo. Questa è dedicata a Michele e Stella Valabrega e Maria Irene Roscetti in Valabrega, morti nel campo di concentramento di Auschwitz. Ce ne sono tante altre a Torino, come in numerose altre città in ben sedici paesi europei; nate da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, fanno sì che ciascuna vittima della deportazione abbia il proprio singolo ed unico mausoleo.

Oltremodo delicata l’idea anche in questo caso e, sempre secondo me, un’opera simile ti colpisce anche per il suo forte simbolismo: l’inciampo in un elemento che ci distoglie da noi stessi, dai nostri pensieri talvolta fastidiosamente autoreferenziali, dall’idea banale che tutto sia sempre datoci in maniera scontata, ieri come oggi. Soprattutto restituisce il giusto peso a vicende simili, le ricolloca nel quotidiano della storia di un paese, senza dover aspettare di ricordarcene ogni volta tramite giornate della memoria o ricorrenze, pur indispensabili, istituite ad hoc. Anche di queste pietre si è parlato non poco al momento della loro posa, da quando costituiscono un bel motivo di sussulto per le nostre passeggiate.

E così via, descrivo queste piccole ed enormi forme d’arte ma vorrei e potrei citarne altre. Spostandomi idealmente di città, è invece di un paio di mesi fa la notizia, che ho volutamente lasciato in sordina per sottrarla al clamore natalizio, che durante la notte, un gruppo di poeti ha ricoperto con delle poesie alberi e panchine di una piazza di Bari. Sì poesie. Non rifiuti, lattine, cartacce o resti di umani passaggi. Solo e soltanto poesie. «Nonostante la protezione civile non abbia diramato allerte e il meteo prevedesse la solita serena piattezza mentale natalizia, violenti scrosci di libero pensiero e libera circolazione di idee si sono abbattuti sul piazza Umberto» recitavano le parole a spiegazione del gesto sul notiziario l’indomani. Cercando informazioni ho scoperto che alle spalle di tanta urbana meraviglia ci sono ben due movimenti organizzati, il Mep, Movimento per l’emancipazione della poesia e il Bpr, Brigate poeti rivoluzionari. Suona forte; fa quasi timore in un contesto troppo abituato ad aspettarsi il peggio dalle sigle.

Quando hai letto una sigla sei già preparato a sentire la sua naturale esplicitazione e molto spesso è qualcosa di freddo, che stride, peggio ancora qualcosa in cui non ti riconosci per niente. Sarà che forse siamo talmente assuefatti dalle sigle dei partiti politici che ormai ci aspettiamo di tutto un po’. Acronimi e gruppi di lettere a riempire il vuoto di significati; in questo caso è completamente diverso.

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Se poi aggiungi vocaboli come Brigata ti vengono quasi i brividi. Ecco a me i brividi sono venuti ma in un altro senso. Brividi di sentore di vita e atti oltraggiosi del quieto e sicuro vivere sempre al di qua dello steccato dell’arcinoto.

Questi arditi individui hanno un sito (mep.netsons.org) che naturalmente vi invito a visitare e usufruire insieme alla tanta poesia che vi si trova. Autentica perchè fatta di parole e gesti, scritta su carta e su strada, immaginata in un corpo sociale costituito da tanti corpi umani, spesso soli e incapaci di incontrarsi in pochi metri di spazio. Scelgo una poesia a caso nell’elenco di quelle del sito del Movimento per l’emancipazione della poesia: alla lettera V, dato che ai poeti che animano queste fila è imposto da statuto di restare anonimi, affinchè sia solo lo scintillio e la forza dei versi a rimanere in primo piano.

L’immagine dell’atlante posto a sorreggere la scatola dei sogni mi è suonato proprio da brivido. Quella zona del nostro corpo sempre così dolorante e bisognosa di un massaggio, è davvero come se non fosse in grado di reggere l’urgenza e la grandezza dei nostri sogni. Una fotografia inedita del corpo umano e molto di più, dell’umano sentire che vi è racchiuso. E’ un cantico dai toni malinconici e dalla scarna bellezza, di noi creature che popoliamo queste nostre città sempre in fondo speranzosi che ad ogni passo qualcosa sorprenda i nostri sensi, una melodia ci arrivi all’orecchio, una luce nuova agli occhi, anche uno schiaffo sul viso. Tutto pur di non sentirci e lasciarci morire. E non certo nel corpo.

 

Cantico (delle Ossa) delle Creature

 

Le ossa bianche

in trasparenza

sono ciò che di netto

ci concediamo

in purezza.

Toccare da dentro lo Sterno

e baciare le stanze del Cranio.

Sintesi perfetta,

senza sintomo senza colore,

torre di cavità,

impenetrabile e indivisibile,

Mercurio

come si sgretolerà e spargerà fra le Terre

per tornare uno.

Il Femore l’Omero

le Costole- mie favorite-

Clavicola Mandibola

i Denti – che si mostrano in vita-

Atlante

a sorreggere la scatola dei sogni.

Carpo Metacarpo Falangi

srotolano i suoni leggeri

Tarso Metatarso e Falangi

spiano e aspettano il momento del sacrificio finale

per congiungersi al sole

adagiarsi  l’una sulle altre, o  di loro quel che ne è rimasto.

Eppure senza morire.

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